venerdì 4 settembre 2009

La scelta trasversale degli F35 e le sue ragioni

Se gli alchimisti di ogni tempo hanno cercato la formula per trasformare il piombo in oro, i grandi gruppi industriali degli armamenti ci sono riusciti. La spesa per strumenti bellici cresce senza tregua.
Nel decennio successivo al crollo del blocco sovietico abbiamo avuto, a livello mondiale, un aumento del 45 % di spese militari, almeno da quanto risulta alla contabilità che riesce a monitorare l’indipendente e perciò prestigioso Istituto di ricerche internazionali sulla Pace di Stoccolma (Sipri).
L’ultimo dettagliatissimo rapporto annuale del centro studi svedese registra per il 2008 una spesa militare mondiale di 1.464 miliardi di dollari così distribuiti considerando i primi 10 paesi in classifica: Stati Uniti (607), Cina (84,9), Francia (65,7), Gran Bretagna (65,3 ), Russia (58,6), Germania (46,8), Giappone (46,3), Italia (40,6), l’Arabia Saudita (38,2), India (30).
Per avere un’idea di altri criteri di analisi dei dati, consideriamo che, presi nel loro insieme, i paesi dell’Europa Orientale, con 43,6 miliardi di dollari rappresentano, sempre nell’ultimo decennio, la zona con maggior incremento del budget militare (+ 174%) seguita in maniera significativa da quella dei paesi del Nord Africa ( + 94%).
In tale contesto generale si pone la questione della costruzione e dell’acquisto da parte dell’Italia dei caccia bombardieri Joint Strike Fighter denominati JSF35. Si tratta di un progetto internazionale a guida Usa che vede il nostro Paese coinvolto con un impegno di spesa pluriennale (fino al 2026) stimabile in 15 miliardi di euro.
Nonostante l’attuale grande divario, secondo alcuni la Cina è destinata a diventare la nuova potenza mondiale militare in diretta competizione con gli Stati Uniti, secondo gli esperti, entro il 2015. Per il Pentagono, comunque, la stima effettiva è già di 120 miliardi di dollari per quanto riguarda il riarmo cinese.
Ma tutte le nazioni cercano di far crescere il proprio potenziale di armamenti anche di tipo nucleare. Se si teme l’Iran che maschera la bomba atomica con la ricerca del nucleare civile, l’India e il Pakistan, in latente conflitto tra loro, ne sono già in possesso con il consenso esplicito di Washington. Basti pensare alla recente missione del segretario di stato Usa, Signora Clinton, che ha concluso un accordo strategico con il governo indiano, scalzando il tradizionale fornitore russo, per la fornitura di caccia bombardieri da parte di Boeing e di Lockheed Martin assieme ad una commessa per la costruzione di due centrali nucleari.
Ogni anno la vasta rete di associazioni raggruppate sotto il titolo di Sbilanciamoci provvede non solo a criticare le scelte dei governi di diverso colore, ma a formulare controproposte concrete a partire dalla gestione delle voci del bilancio dello Stato entrando nei dettagli dei numeri rendendoli così comprensibili. Non è un semplice esercizio inutile, destinato ad essere ignorato da chi controlla il potere economico reale, perché aiuta a formare una consapevolezza critica che magari, col tempo, riuscirà ad incidere su determinate scelte decisive. Destinare 15 miliardi a comprare 131 caccia bombardieri oppure investirli nella sanità, nella scuola, nelle politiche sociali o dell’ambiente appare un paragone fin troppo semplice da apparire banale. Così il cartello Sbilanciamoci ne ha fatto una campagna di pressione politica lanciando una sottoscrizione aperta a persone e associazioni che deve fare i conti, tuttavia, con una diversa determinazione strategica condivisa dagli schieramenti politici che si sono alternati al governo in Italia. Non è perciò strano verificare come questa istanza di cambiare le priorità di spesa pubblica non abbia trovato adeguati spazi e risonanza nella grande stampa e nei mezzi di informazione. Gira su internet, ma, certo, delegare la propria coscienza civile ad un click generico su appelli on line, senza un coinvolgimento e una esposizione personale, non si sa se sia più vano o dannoso. Una persona comune intuisce infatti che non può fare nulla se non esprimere un formale dissenso contro cose più grandi e complesse su cui non può avere competenza in una rassegnazione alla “banalità del male” confermata dal fatto che certo simili scrupoli non possono affacciarsi tra i nord coreani, i cinesi, i russi e così via. E non bisogna cedere al tentativo di disegnare i responsabili e gli operatori coinvolti nella produzione di armi come persone senza scrupoli. Sono i primi, normalmente, a dichiararsi amanti della pace, ma costretti dalla necessità di una richiesta del mercato a cui qualcun altro, comunque, provvederà a rispondere.
In Italia come analizza lucidamente e senza remore Gianni Alioti, dell’ufficio internazionale dei metalmeccanici della Cisl, la chiave di volta di questa scelta recente di puntare sul mercato degli armamenti si può rintracciare nel consiglio di amministrazione del 2000 di Fimneccanica, controllata al 31% dal ministero dell’economia, di riconvertire la produzione civile verso quella della difesa, o bellico come qualcuno ancora lo definisce.
Il tutto, grazie alle lobby dell’informazione, nella ignara consapevolezza dei più. Ma ciò che più incide a livello politico è la mancanza di quella che viene chiamata educazione remota: quella che pone le premesse profonde per acquisire consapevolezza , saper leggere gli avvenimenti e poi agire. Quanto tempo perso i questi anni ad addormentare la crescita di una coscienza civile che si vuole distrarre e rendere innocua e inutile.

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