un sabato di carnevale del 1960 se ne andò via improvvisamente. Erano passati solo 15 anni dalla fine della guerra, ma sembrava davvero un altro mondo. Quello in cui si andava decidendo il volto di un’intera società con il peso, sempre decisivo, di quello che De Gasperi definiva il “quarto partito” e cioè la borghesia imprenditoriale che non deve cercare il consenso elettorale per governare.
Gli interlocutori erano rimasti gli stessi, senza discontinuità dal fascismo alla democrazia repubblicana. Le fabbriche, occupate dagli operai per salvarle dalla distruzione dei nazisti in fuga, erano state riconsegnate ai gruppi industriali che rimandavano al controllo delle solite famiglie. Era un dato acquisto l’organizzazione e la rigida disciplina di tipo militare vigente nei luoghi di lavoro
È in tale contesto che si pone l’anomalia di Adriano Olivetti che proponeva, ad esempio, le ISA, industrie sociali autonome, dove lavoratori, comunità e università erano chiamati a partecipare assieme alla proprietà e alla gestione delle aziende. Un’utopia concreta capace di investire in ricerca ed innovazione realizzando prodotti di avanguardia e “belli” adottando una prospettiva capace di informare la cura dell’ambiente, il paesaggio, l’urbanistica e che continua a stupire e a offrire elementi validissimi per il tempo attuale.
Per tutto il mese di febbraio Radio Rai, assieme alla Fondazione Adrano Olivetti, ha programmato una serie di trasmissioni che prevedono approfondimenti e diversi contributi audio tra cui un’intervista inedita dello stesso Olivetti del 1959. Materiali che rimandano a siti e portali molto ben curati.
In un momento attuale, segnato da una crisi strutturale di un certo modello di sviluppo e di idea di impresa, non occorrono certo agiografie sul “padrone buono”, ma un serio dibattito storico per comprendere quali risorse ideali sono tuttora vive e feconde della lezione olivettiana. Un itinerario cominciato con gli interrogativi che Adriano Olivetti, come ha lasciato scritto nelle sue note autobiografiche, si poneva fina da quand’era ragazzo: «una domanda che non esito a definire una delle domande della mia vita, drammaticamente rinnovata nei momenti di incertezza e dubbio. Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi fini semplicemente nell’indice dei profitti? O non vi è, al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una trama ideale, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?».
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