Dopo il primo scudo nel 2001 ed il secondo nel 2003, per far cassa il governo ha sacrificato il rispetto per il cittadino onesto e per la legalità con lo scudo fiscale ter. Il gettito generato, secondo quanto riportato da “Il Sole 24 Ore” non avrà come obiettivo quello di contribuire ad un sostegno dei redditi medio bassi, ma solo obiettivi di brevissimo periodo, come rimborsare in parte le università, ma anche le scuole private.
Se sappiamo come lo Stato ha investito il gettito fiscale dello scudo, dove saranno investiti i 95 miliardi di euro rientrati in Italia? Quasi tutti i specialisti concordano che una quota rilevante dei fondi rientrati verrà investita nel “mercato immobiliare”. Sull’inserto romano de “Il Sole 24 Ore” del 27 gennaio 2010, una approfondita inchiesta, da pag.17 a pag.19, inizia con un eloquente titolo: “Lo scudo-ter risolleva il mattone”. Sebbene il titolo faccia riferimento a considerazioni espresse da broker romani, valgono per tutta Italia e soprattutto per le grandi città. L’amministratore delegato della Toscano, Renato Maffey, ritiene che il 15-30% dei capitali rientrati grazie allo scudo fiscale verranno investiti nel settore immobiliare (si veda qui l’articolo). La speranza è che il mercato immobiliare possa avere un nuovo incremento dei prezzi (si veda l’intervista de “Il Sole 24 Ore a Riccardo Delli Santi), come avvenne nel 2000, quando il passaggio lira/euro e gli scudi del 2001 e del 2003, diedero un contributo determinante al boom dei prezzi (per maggiori approfondimenti l’intervista ad Andrea Salera di Credit Suisse).
La casa (o il mattone, l’immobile, il real estate) diventa l’alternativa migliore e redditizia per l’investimento. Ma questi fondi verranno investiti non per accrescere il benessere comune, ma per acuire i divari fra chi ha e chi conduce una vita precaria. Quest’ultimi lottano ogni giorno per il diritto alla casa, per il diritto ad un lavoro. In una città come Roma questi soldi “nuovi” renderanno ancora più difficile acquistare o affittare un immobile per una famiglia, contribuendo a creare nuove povertà (Si legga a questo proposito l’articolo scritto dall’urbanista Paolo Berdini su “il manifesto” del 2 febbraio 2010). Ma renderanno la capitale la città eterna del turismo, con numerosi immobili acquistati con i soldi rientrati dall’estero e resi disponibili in affitto ai turisti, generando un rendimento più alto rispetto l’affitto ad una singola famiglia. Ma se la casa è un investimento che da un rendimento sicuro, la famiglia cos’è? Un ostacolo all’investimento? Un lusso che possono permettersi i benestanti? Un costo che va valutato secondo il rapporto costi/benefici? La risposta giusta, in un ottica di mercato, è: la famiglia è un nucleo di persone unite dalla massimizzazione del tempo per raggiungere obiettivi prefissati, frutto di studiate e razionali strategie comuni necessarie per competere con le altre famiglie. La risposta umana è: la famiglia è Amore, è dono, è grazia, è comunione, è apertura all’altro.
In questo contesto di mercato imperante e totalitario, però, è sempre più difficile, di fronte alle difficoltà, abbracciare e vivere la famiglia come dono reciproco. Non si comprende che ogni azione intrapresa non ha solo le conseguenze semplici, prossime, ma come un ipertesto, attraverso una serie di link concatenati, può dar luogo ad effetti imprevisti ed imprevedibili, distruggendo molto più di quanto si pensi.
Se la politica cede al potere della finanza e delle grandi imprese, una vera politica di pace deve incidere sulle banche e sulle politiche industriali. Materiali per una politica industriale di pace nel Lazio e non solo.
lunedì 15 febbraio 2010
L'alternativa possibile
un sabato di carnevale del 1960 se ne andò via improvvisamente. Erano passati solo 15 anni dalla fine della guerra, ma sembrava davvero un altro mondo. Quello in cui si andava decidendo il volto di un’intera società con il peso, sempre decisivo, di quello che De Gasperi definiva il “quarto partito” e cioè la borghesia imprenditoriale che non deve cercare il consenso elettorale per governare.
Gli interlocutori erano rimasti gli stessi, senza discontinuità dal fascismo alla democrazia repubblicana. Le fabbriche, occupate dagli operai per salvarle dalla distruzione dei nazisti in fuga, erano state riconsegnate ai gruppi industriali che rimandavano al controllo delle solite famiglie. Era un dato acquisto l’organizzazione e la rigida disciplina di tipo militare vigente nei luoghi di lavoro
È in tale contesto che si pone l’anomalia di Adriano Olivetti che proponeva, ad esempio, le ISA, industrie sociali autonome, dove lavoratori, comunità e università erano chiamati a partecipare assieme alla proprietà e alla gestione delle aziende. Un’utopia concreta capace di investire in ricerca ed innovazione realizzando prodotti di avanguardia e “belli” adottando una prospettiva capace di informare la cura dell’ambiente, il paesaggio, l’urbanistica e che continua a stupire e a offrire elementi validissimi per il tempo attuale.
Per tutto il mese di febbraio Radio Rai, assieme alla Fondazione Adrano Olivetti, ha programmato una serie di trasmissioni che prevedono approfondimenti e diversi contributi audio tra cui un’intervista inedita dello stesso Olivetti del 1959. Materiali che rimandano a siti e portali molto ben curati.
In un momento attuale, segnato da una crisi strutturale di un certo modello di sviluppo e di idea di impresa, non occorrono certo agiografie sul “padrone buono”, ma un serio dibattito storico per comprendere quali risorse ideali sono tuttora vive e feconde della lezione olivettiana. Un itinerario cominciato con gli interrogativi che Adriano Olivetti, come ha lasciato scritto nelle sue note autobiografiche, si poneva fina da quand’era ragazzo: «una domanda che non esito a definire una delle domande della mia vita, drammaticamente rinnovata nei momenti di incertezza e dubbio. Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi fini semplicemente nell’indice dei profitti? O non vi è, al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una trama ideale, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?».
Gli interlocutori erano rimasti gli stessi, senza discontinuità dal fascismo alla democrazia repubblicana. Le fabbriche, occupate dagli operai per salvarle dalla distruzione dei nazisti in fuga, erano state riconsegnate ai gruppi industriali che rimandavano al controllo delle solite famiglie. Era un dato acquisto l’organizzazione e la rigida disciplina di tipo militare vigente nei luoghi di lavoro
È in tale contesto che si pone l’anomalia di Adriano Olivetti che proponeva, ad esempio, le ISA, industrie sociali autonome, dove lavoratori, comunità e università erano chiamati a partecipare assieme alla proprietà e alla gestione delle aziende. Un’utopia concreta capace di investire in ricerca ed innovazione realizzando prodotti di avanguardia e “belli” adottando una prospettiva capace di informare la cura dell’ambiente, il paesaggio, l’urbanistica e che continua a stupire e a offrire elementi validissimi per il tempo attuale.
Per tutto il mese di febbraio Radio Rai, assieme alla Fondazione Adrano Olivetti, ha programmato una serie di trasmissioni che prevedono approfondimenti e diversi contributi audio tra cui un’intervista inedita dello stesso Olivetti del 1959. Materiali che rimandano a siti e portali molto ben curati.
In un momento attuale, segnato da una crisi strutturale di un certo modello di sviluppo e di idea di impresa, non occorrono certo agiografie sul “padrone buono”, ma un serio dibattito storico per comprendere quali risorse ideali sono tuttora vive e feconde della lezione olivettiana. Un itinerario cominciato con gli interrogativi che Adriano Olivetti, come ha lasciato scritto nelle sue note autobiografiche, si poneva fina da quand’era ragazzo: «una domanda che non esito a definire una delle domande della mia vita, drammaticamente rinnovata nei momenti di incertezza e dubbio. Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi fini semplicemente nell’indice dei profitti? O non vi è, al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una trama ideale, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?».
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