martedì 5 maggio 2009

Una cogestione padronale

Se la dirigenza Fiat tratta con tutti , dagli Usa alla Germania, meno che con il sindacato italiano che invano chiede di essere ascoltato sulle nuove strategie mondiali e sulle sorti degli stabilimenti di Termini Imerese e di Pomigliano D’Arco, ci deve essere una ragione.
La prima di natura ideologica è quella ben espressa dal direttore de Il Mondo che analizza la questione della “voglia di cogestione”, indotta dall’esempio dei metalmeccanici statunitensi nel caso Chrysler, con l’ avvertenza di evitare “l’esproprio proletario delle funzioni di governance che devono restare degli azionisti” invitando a non affidare il timone della nave ad una ciurma di marinai che si litigano il comando.
Meglio uno solo.
La cogestione, se deve esistere, non può essere paritetica.
Infatti, mentre si allarga la cassa integrazione, il ricorso alla mobilità e i lavoratori americani rinunciano a molti loro diritti, le famiglie possidenti del Paese ancora si spartiscono cospicui dividendi. Per il 2008 : 296 milioni a quella Berlusconi, 381 a Benetton, 102 a quella Moratti, per fare qualche nome eclatante.
Evidentemente non si contempla gestione e neanche divisione degli utili in modo paritario.
Quale spazio al capitale vivo dei lavoratori?

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