martedì 6 gennaio 2009

La filiera che raggiunge Gaza e le responsabilità dei tecnici

Da terra e dall'aria incessanti bombardamenti sulla striscia di Gaza dal 27 dicembre 2008. Fonti di stampa internazionali rivelano l'uso di uranio impoverito.Ma la parte del leone, come dimostrazione della potenza della deterrenza messa in mostra, la fanno i caccia F16 e gli elicotteri Apache. Sono la dimostrazione della necessità di dotarsi di armi tecnologicamente avanzate per difendersi dai nemici e mostrano il nesso tra la produzione Usa e l'utilizzo efficiente delle forze armate israeliane. Come se l'eccidio in corso potesse condurre alla pace, invece che rinforzare,come accadrà, l'odio distruttivo che utilizzerà altre armi e strategie. Il fondo del Corriere della Sera del 5 gennaio 2009 a firma di Piero Ostellino conduce ad una similitudine tra Hamas e il regime nazista con la conseguenza di mostrare la responsabilità politica di tali governi assieme alla pietà per le vittime di bombardamenti comunque necessitati dalla guerra dichiarata come quelli di Dresda che bruciarono migliaia di civili tedeschi verso la fine del secondo conflitto mondiale. Un giudizio che vuole essere obiettivo e svela una concezione antropologica della convivenza per lo meno inquietante.
Alla grande fiera delle produzione degli strumenti di morte concorre l'industria italiana e la filiera che conduce fino al fuoco su Gaza parte anche dalle nostre terre dove la notizia dei lutti nei giorni natalizi è avvertita come un dettaglio fisiologico, come gli incidenti stradali che non destano interesse e vengono rimossi fino a quando non si conoscono volti e storie. Di questo popolo alla fame e recluso a cielo aperto, diviso da fazioni interne autodistruttive, non sappiamo quasi nulla, non ha storia, non è prossimo.
La mancanza di prossimità, di riconoscibiltà, spiega in parte la prevalente assenza di dubbi nella gran quantità di scienziati e tecnici coinvolti nella produzione degli ordigni bellici.
Si parla infatti sovente di Fermi e di altri che concorsero alla costruzione della bomba atomica e quasi mai si cita un fisico polacco come Joseph Rotblat che si trovava nell'università di Liverpool quando il proprio Paese dovette subire la devastante invasione nazisovietica e conosceva la possibilità di usare l'energia nucleare per la costruzione di un'arma finale. Quando si rese evidente che tale progetto poteva essere portato a perfezione da scienziati al soldo di Hitler, decise di entrare a far parte del progetto in corso a Los Alamos per la costruzione dell'atomica, ma decise di abbandonare l'impresa quando si rese conto dalle dirette fonti militari con cui lavorava che ormai la Germania aveva abbandonato ogni progetto e si trattava, come apertamente affermava il generale Leslie Groves, responsabile miltare dell'impresa, di utilizzare gli ordigni atomici al fine di trattare la pace su un piano di superiorità con l'Urss. Rotblat, assieme a Niels Bohr, intuirono la corsa agli armamenti che ne sarebbe derivata e decise di sospendere la propria collaborazione ricevendo l'accusa di spionaggio, ma certo non nutriva trasporto verso l'Unione Sovieica che aveva occupato la Polonia.
Nessun altro fisico a Los Alamos fece questa obiezione di coscienza. Forse perchè vi avevano speso tante di quelle energie e aspettative da non saper rinuciare al proseguimento.
Purtroppo, quando la notizia della distruzione di Hiroshima raggiunse la cittadella laboratorio di Los Alamos, molti fisici prenotarono, per i festeggiamenti dell'obiettivo raggiunto, un tavolo all'Hotel La Fonda di Santa Fe. Come ricorda Otto Frisch nelle sue memorie "era crudele festeggiare la morte improvvisa di migliaia di persone, anche se erano nemici".

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