lunedì 3 marzo 2008

L'esclusione dei lavoratori dal governo dell'impresa

Il dinamismo del capitale finanzanziario non può prevedere una soggettività riconosciuta dei lavoratori nel governo dell’impresa che invece diventa urgente e necessaria proprio per rispondere all’esplosione dei processi di globalizzazione finanziaria e internazionalizzazione produttiva e commerciale[1] .
O meglio il lavoratore , rimanendo nella sua subalternità, è l’unico su cui paradossalmente si verrebbe scaricare il rischio di impresa quando avanzano istanze della società civile di riduzione delle spese per armamenti, mentre non si aprono spazi di reale democrazia economica intesa non solo come partecipazione economica ai risultati dell’impresa, ma come capacità di incidere su tutta la filiera produttiva con strumenti di gestione congiunta.
Questa istanza risponde ad una visione complessiva sulla società che si oppone al tentativo evidente di atomizzare gli individui e i lavoratori nel loro particolare impedendo di riuscire a cogliere il senso di appartenenza alla comunità di lavoro e la fedeltà ad una solidarietà internazionale che il sindacalismo ha sempre custodito.

[1] Pierpaolo Baretta in “Soci o salariati”, riflessioni su sindacato e capitalismo finanziario. San Paolo 2006

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